La camicia modello Brèžnev

podcast   La camicia modello Brežnev

– Cosa ci fai ancora sveglio?

– Penso.

– Io non riesco a prendere sonno, tutte quelle persone, pare proprio ce l’abbiano con me, mi capisci?

– Credo di sì.

– Tu a cosa pensi?

– Penso.

Manco ci fosse qualcosa di strano, nel pensare. Sono le cinque di notte e fuori c’è un freddo boia, mai visto un autunno così gelido. Sul comò c’è una bottiglia di rum ed un bicchiere con due cubetti di ghiaccio ancora non del tutto disciolti. Sul letto ci sono io e al mio fianco c’è una donna. Beatrice, si chiama, ed ha le labbra colorate rosso ciliegia. Pochi stracci addosso ed una coperta di pile che le copre fin sopra il mento ed il volto che punta al soffitto, tra la plafoniera spenta ed il vuoto.

Sono le cinque, è buio pesto e se non prendi sonno pensi.

Beatrice fa strani sogni la notte, ecco perché dorme poco.

Suo padre era un tipo in gamba. A diciotto anni prese il posto di un suo amico in una camiceria e a diciannove ne divenne il direttore. A ventitré ne aprì una tutta sua creando un marchio che di lì a poco sarebbe diventato richiesto in diverse parti del mondo. A Mosca, in un grosso palazzo odoroso di ruggine e di caramello ebbe la possibilità di donare una camicia al presidente Breznev, una su misura. Una camicia a tinta unica con collo diplomatico, polso sagomato e cannolo centrale posteriore. Una camicia da dottrina brezneviana. Quello, insieme alla Maserati Quattroporte regalatagli dal Partito Comunista Italiano al termine della primavera di Praga furono gli unici due omaggi che un italiano avesse mai fatto al leader sovietico.

C’erano stati Berlinguer, e poi lui.

Nella foto-ricordo suo padre è di una testa più alto di Breznev, e si stringono la mano.

Di quel grosso imprenditore che era stato a Beatrice erano rimasti il cappotto lungo che indossava sempre d’inverno e che ricorda un bar fuori moda, birra stagnante e tabacco, qualche foto in bianco e nero e gli occhi: quelli, di una somiglianza impressionante.

Alle cinque di notte, mentre fuori si gela, i vetri delle finestre vibrano al vento e la luna appare e scompare dietro delle nuvole rabbiose, il ricordo del padre di Beatrice fa parte di un algoritmo in fase di costruzione.

Nei sogni di Beatrice ci sono delle persone di colore. Queste persone le vede che bisbigliano delle cose tra loro e lei non riesce a capire cosa si dicono anche se si trova a pochi passi da loro. Di solito è giorno nei sogni di Beatrice e anche se non capisce cosa abbiano da dirsi quei tizi di colore avverte che dovrebbe avere paura. Una paura da tremarci. Poi ci sono delle tracce, ogni volta differenti: aeroplani colorati, vecchie prostitute consumate vaganti su tacchi usurati, biciclette cigolanti come sciami d’api, anziani giocatori di ramino stufi del mondo.

Conosco questi sogni perché ogni mattina, dopo averli sognati, me li racconta sedendosi sul bordo della mia porzione di letto insieme al caffè. E mi riporta delle sfumature. Miti simbolici con il potere di sedurci.

E per il suo psicologo tutta questa storia ha a che fare con la morte del padre.

Sempre fuori, insieme al vento ed al gelo e alla luna che appare e poi scompare ci sono le luci di Natale anche se a Natale mancano più di venti giorni. Quest’anno le luci sono blu. Blu come una storia di marinai e alcool.

Se mi alzassi dal letto e cominciassi ad urlare dalla finestra aperta qualcosa di minaccioso il mondo non subirebbe cambiamenti traumatici.

– Vado a prepararmi una camomilla, ne vuoi un po’?

– No lascia stare, grazie.

Del rum, ecco cosa voglio. E una sigaretta. Forse due. Mi sollevo appena e con la schiena mi poggio al muro. Verso nel bicchiere le ultime due dita di quella bottiglia e dopo il primo sorso accendo una Lucky Strike.

Beatrice scivola fuori dalle coperte e a piedi nudi cammina verso la vestaglia, poi verso la cucina.

Tutto successe una sera d’inverno, qualche anno prima che cadesse il muro di Berlino, quando suo padre se ne era stato per qualche ora in più in fabbrica, nel suo ufficio al secondo piano a perdere la testa in un inferno di carte e fumo stagnante. Successe dopo che, esausto, si era convinto che fosse tardi. Spense le luci e chiuse a chiave la porta d’ingresso. Successe fuori che lo uccisero, per le duecentocinquantamila lire che ci aveva nel portafogli, niente di più. Lasciato a terra, di notte, in un vicolo buio da manicomio. E in un locale un po’ più lontano suonavano musica jazz che manco a New Orleans.

Una foto sul comodino di Beatrice ritrae il padre con Gianni Rivera, un’altra con Piero Ciampi, a Livorno. E suo padre diceva che proprio a Livorno succedono sempre cose strane, cose che non ti spieghi, e poi ci nascono persone straordinarie. È questo che mi racconta Beatrice di suo padre.

Per capirci, uno che con la sua fabbrica era entrato di diritto nella storia. E quella fine non era davvero il massimo per uno che si era costruito la sua fortuna da solo e aveva da sempre votato PCI.

Una fine ingiusta.

Poi il muro di Berlino è caduto, venti anni fa, e non si capisce perché solo da qualche mese Beatrice abbia cominciato a fare sogni del genere.

Così, ogni mattina al mio fianco mi racconta delle variazioni. Delle sfumature. Cani feroci che lottano per uno straccio di carne, uomini d’affari che sfrecciano su auto costose, madri con passeggini barcollanti.

Dalla cucina si sente il rumore di cocci che cozzano tra loro, poi quello di una sedia trascinata e sono rumori che la notte non perdona.

Ma la storia della camomilla è una storia che non esiste. Della vodka, ecco che cosa cerca dietro tutta quella caciara, perché nasconde le bottiglie e poi non ricorda più dove cazzo l’ha messe. E la sua mente le dice Prova nella credenza, prova a vedere dietro il servizio da caffè, dietro lo scaffale con i libri, cristo! deve pure essere da qualche parte.

Poi berrà fino a starci male, seduta in cucina, a terra, con una gamba piegata e l’altra distesa mentre la testa le cadrà a destra e a sinistra quasi volesse staccarsi. E poi nasconderà la bottiglia, di nuovo, da ubriaca, con la speranza di non trovarla più e di farla finita con questa storia che ha a che fare con le storie che finiscono in manicomi belli e buoni.

Ne nasconde di bottiglie, mica una. Come tanti peccati da farsi perdonare.

Quando proprio non ce la fa con i sogni, beve.

I ricordi che ha di suo padre sono delle istantanee. In un film apparirebbero come flashback muti ripresi con telecamere domestiche.

Suo padre era uno di quelli che non avrebbe mai messo le bombe. E l’eversione di sinistra era per lui qualcosa che aveva a che fare con le ombre. Sagome della notte che esistono e non esistono allo stesso momento.

Questo mi racconta Beatrice.

Nel video di famiglia suo padre apparirebbe con le spalle grosse a sbattere le mani sul tavolo per un risotto coi funghi già freddo. Oppure in vestaglia, in una cucina per bene, a guardarsi la finale di coppa del Mondo. Poi, finito il flashback, di nuovo i colori di una vita rabbiosa.

Quando Beatrice torna in camera, prima di sdraiarsi sotto le coperte mi dice: – queste notti ci stanno portando indietro con l’evoluzione.

E poi, tra un sorriso carico di alcool ed un po’ di equilibrio in meno, finiamo per scopare. Un patto come un altro per far finta di niente, per camuffarci. Fino ad un orgasmo che ha a che fare con i sibili in caverne umide e complicate.

Mentre i ricordi sono mondi che si sgretolano. Strade desolate battute dal sole cocente ed aria polverosa che manco nel New Mexico.

Nella sezione del partito comunista del suo quartiere il padre di Beatrice era un simbolo. Breznev in televisione, dopo l’invasione dell’Afghanistan, con la sua camicia era una chiave di lettura. Poco importavano le rinunce e le sconfitte quando si poteva vantare un primato del genere. E quella camicia era una riscossa, una rivincita per tutta una borgata. Alla faccia di Jimmy Carter, voleva dire. Alla faccia del Patto Atlantico.

Quella sì che era una camicia filosovietica.

Autore: Angelo Murtas

Licenza Creative Commons
Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia.

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Autore: RADIO 100 passi Community Genova

Aristotele scrisse: “Gli uomini, all’inizio come adesso, hanno preso lo spunto per filosofare dalla meraviglia (thauma), poiché dapprincipio essi si stupivano dei fenomeni più semplici e di cui essi non sapevano rendersi conto, e poi, procedendo a poco a poco, si trovarono di fronte a problemi più complessi, come i fenomeni riguardanti la Luna, il Sole, le stelle e l’origine dell’universo”. Il mio non è un filosofare ma un continuare a meravigliarsi “thaumazein” .

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